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La sicura identità di Nicola Gambedotti
Di certo non è pittura da leggere d'un fiato. L'approccio è
tutt'altro che facile e l'impaginato suggerisce, a prima vista, un che di delirante,
misto a un'intensa suggestione.
Si resta insomma avviati e smarriti, incuriositi e perplessi.
Di qui la sindrome Gambedotti e la conseguente ricerca di un codice per una lettura
che superi i confini sensibilistici. Intanto c'è l'eccezionale perizia di
un eccezionale grafico. E l'incommensurabile carica di una fantasia, che pure risulta
radicata nella convincente e storica realtà. E l'ambigua capacità ad
alimentare una poetica fatta di illusioni e di teatralità. E l'instintiva
predilezione per la simbologia. E la sapiente, sconcertante costruzione di improbabili
architetture. E la convinta rinuncia a qualsivoglia protagonista a vantaggio di una
rappresentazione corale, di una scena traboccante di figure, meccanismi, armamenti
di ogni genere, corazze, scettri, accessori vari, minuterie fantastiche. E dietro,
latente ed inafferrabile, la grande lezione di Piero della Francesca, di Bregue
il Vecchio di Bosch.
Sono questi gli ingredienti che danno vita alla pittura di Nicola Gambedotti? E'
probabile. Perchè niente risulta attendibile dinanzi al tratto deformante
che caratterizza il suo segno; dinanzi all'ironia dolente che circola nelle sue opere,
al distacco con cui vive i richiami surrealistici, in verità assai poco vicini
al suo credo. Ne consegue che possa risultare quasi più facile un'indagine
al negativo, che indichi cioè quanto di sicuro non c'è nella sua ricerca.
A cominciare da un'anarchica irrazionale (che pure semra accreditarsi a prima vista),
sino ad un'intesa metafisica (suggerita dalla folla d'immagini e di meccanismi oltre
il dato reale, ma tutti riconducibili a quella poetica della teatralità e
delle illusioni); per finire alla denuncia umana e artistica di Nicola Gambedotti.
Piuttosto, quella che non lascia dubbi è la straordinaria rappresentazione
di contenuti quanto mai improbabili. Nel senso che è il linguaggio, o meglio
la tecnica di cui esso si avvale, a costituire la più sicura identità
dell'artista.
Da sempre acquafonista di particolare talento (il che significa maestro d'incisione),
Gambedotti ha trasferito questa tecnica nella pittura, un'operazione a rischio, considerato
che nel dipingere è il colore a costruire l'immagine, mentre l'incisione si
muove da un impianto disegnativo rigoroso, calligrafico, direi lenticolare. Ebbene
Gambedotti fa pittura facendo ricorso a questa tecnica: vale a dire prima la grafica
e poi la colorazione, sulla quale stende un velo di vernice per poi rimuoverla e
raschiare con varia intensità il colore che intanto, proprio perchè
protetto, non ha subito alcuna ossidazione. Un processo lungo, per molti aspetti
esasperante, che viene portato avanti proprio utilizzando gli strumenti più
tipici dell'acquaforte, della punta secca al raschietto. Gli esiti, di inconfondibile
fisionomia, sono tra i più intriganti e suggestivi delle ultime stagioni,
e certamente costituiscono una felice invenzione di Nicola Gambedotti. Il quale,
anche in quanto a contenuti, ha popolato le sue opere di eroi, miti e leggende vanamente
ispirate alla storia di ogni tempo e di ogni luogo: dall'armata Brancaleone al mondo
classico, dall'età dei cavalieri e dei castelli alle corti rinascimentali.
E poi l'inferno di Dante, interpretato, in venti stupefacenti tavole, e il
mondo del circo e ancora quello di Don Chisciotte, sino ai più recenti
cicli a mezza strada fra ludico e fiabesco: i mangioni, i proverbi, i frati le carte
da gioco, il gatto con gli stivali, la principessa sul pisello. Un mondo di straordinaria
immaginazione reso attraverso una folla di meccanismi e di personaggi, la cui matrice
ha la freschezza delle fantasie infantili e l'ironia della maturità.
Nino D'Antonio
(marzo 1997)
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