RELAZIONI

Enrico Crispolti
Pierre Restany
Oriol Bohigas
François Burkhardt

     
  François Burkhardt  
  Il mio interesse per l'arte è soprattutto rivolto a considerare ciò che si può trasmettere o conseguire attraverso l'arte. Anch'io sono, come Bohigas, architetto; ma ho avuto un iter formativo molto diverso. Da studente, ho avuto l'occasione di conoscere un grande psichiatra e psicologo che veniva dalla scuola di Francoforte. Un incontro determinate che mi ha indotto ad avere una particolare attenzione nei confronti del fenomeno urbano e dei moltissimi problemi ad esso connessi: una tematica ampia ed articolata che è divenuta per me oggetto di indagini specifiche. Nel 1968 ho costituito un gruppo di lavoro, denominato Urban Design (attivo fino al 1984 tra Amburgo e Berlino), che si proponeva di sviluppare una analisi dello spazio urbano per verificare anche la possibilità di una progettazione qualificata in senso sociologico e psicologico. Fondamento della nostra posizione era l'interpretazione del luogo pubblico come luogo di incontro, di scambio e, fondamentalmente, di formazione culturale. Una delle funzioni specifiche dello spazio pubblico della città, infatti, è quello di permettere al cittadino di attivare in se stesso un processo di appropriazione delle dimensioni culturali locali, attraverso le quali maturare una crescita di consapevolezza e di civiltà. L'influenza delle forme della città sui comportamenti è un tema specifico della fine degli anni '60. La formazione di una dimensione sociale e culturale sviluppata nello spazio pubblico fa parte degli interessi allora dominanti.

Se si considera che le concezioni urbanistiche e artistiche sono sempre legate a momenti, fatti storici specifici che inducono a considerare temi e problemi particolari si capisce perché esse siano in continua evoluzione, e dunque si prospettino sempre come relative. Avviene così che in momenti successivi, con l'attuarsi di condizioni diverse, posizioni che si erano proposte come ferme, perdono interesse e vengono abbandonate.

Gli effetti, sull'individuale e sul sociale, determinati dalla configurazione dello spazio urbano hanno, invece, sempre una loro attualità, costituiscono una costante. Perciò credo sia più importante prendere in considerazione ciò che influenza i comportamenti, li condiziona; indagare quegli aspetti dei contesti urbani, che riescono a determinare situazioni che possono essere positive, ma anche negative. Analizzare, quindi, le forme dell'ambiente urbano, non alla ricerca di loro qualità artistiche, bensì nell'intento di individuarne quelle particolarità capaci di indurre effetti sulla vita che vi si svolge.

L'effetto psicologico che l'ambiente determina sul cittadino e le conseguenze che questo effetto esercita sui comportamenti è fattore essenziale. Lo spazio pubblico nelle sue varie dimensioni, anche non materiali, può favorire un equilibrato sviluppo sociale e psicologico, ma anche impedirlo, frenarlo. Si possono individuare, perciò, spazi oppressivi o, al contrario, spazi stimolanti, capaci, cioè, di indurre dinamiche favorevoli ad un buon percorso di socializzazione. Da studi effettuati sui comportamenti, risulta che la possibilità di agire positivamente per attuare processi emancipativi non ha solo a che vedere con la forma, lo stile, l'arte; bensì soprattutto con un sistema ambientale che permette il determinarsi di certe condizioni psicologicamente favorevoli; condizioni la cui attuazione risulta infine di assoluta importanza per lo spazio pubblico. L'effetto psicologico dell'ambiente sul comportamento, è un fatto su cui gli architetti, in realtà, non riflettono abbastanza: la loro progettazione non ne ha, per la maggiorparte dei casi, una sufficiente considerazione; l'ambiente che definisce uno spazio può contribuire a creare momenti di ansia, oppure momenti favorevoli, spontanei, di comunicazione.Su questo la psicologia della Gestalt ci ha dato criteri di orientamento indispensabili, perché un creatore, se è incapace di tener conto di questi aspetti e crea un ambiente opprimente, ha un ruolo negativo sul pubblico, agisce in un modo che deve ritenersi negativo. È un discorso delicatissimo, legato al problema del gusto, dell'espressione artistica e dell'espressione architettonica: se infatti va riconosciuto all'architetto uno spazio di espressività personale, occorre anche richiamare l'attenzione di chi crea spazi pubblici sul fatto che il gusto personale può non corrispondere al gusto altrui.

La prima preoccupazione, nell'affrontare il problema dello spazio pubblico, dovrebbe, dunque, essere quella di garantire che le strutture costruite siano in grado di restituire un'identità a chi le esperisce; un'identità che si realizza attraverso la pratica culturale e la conoscenza della propria storia.

L'intellettuale che lavora su questo tema tenta da una parte di recuperare, nella sua Gestalt, questi elementi di identità, ma nello stesso momento Û come intellettuale, progettista, architetto Û ha la visione dello sviluppo delle cose che la sua cultura gli fa esprimere. Individuare un punto di incontro tra l'espressione cui mira l'architetto o chi fa Gestaltung e i bisogni del pubblico, è il punto centrale sul quale lavorare.

Penso qui utile ricordare la teoria di Gianni Vattimo sul "pensiero debole", che tenta di dare alla cultura un orientamento indirizzato a un "centro", che non prende più in considerazione i picchi qualitativi come assoluti, ma mira a una specie di qualità media, che permetta a una grande massa di aggregarsi e di raggiungere un'identità collettiva attraverso l'estetica. Anche questo mi sembra un discorso di cui dobbiamo tener conto per trovare strumenti e modi di espressione che diano spazio a una pluralità di identità e non a un'identità sola. Perciò il progettista, nel suo intervento, deve fare molta attenzione a non provocare comportamenti di rifiuto delle sue proposte iconiche; cercare, invece, un dialogo con le icone che il pubblico conosce.

Insisto ancora una volta sul ruolo, difficile e delicato, della Gestalt; e sulla necessità di attribuire una priorità assoluta allo spazio pubblico come intervento sulla città, perché mi sembra sia il luogo dove maggiormente si deve tener conto di ciò di cui gli altri hanno bisogno, per realizzare un'architettura, un'urbanistica, un'arte che possano veramente chiamarsi sociali.

Un altro aspetto fondamentale è "l'identità". Penso che sia indiscutibile che l'identità abbia a che fare con un processo culturale legato ad una storia, soprattutto storia dei luoghi. "L'identità" costituisce un punto fondamentale per il conseguimento della qualità e del carattere degli spazi pubblici. La modernità ha comportato uno sradicamento, un annullamento delle identità, attraverso un processo di globalizzazione che oggi appare correntemente accettato e assolutamente normalizzato. Penso comunque che ciascuno di noi, al di là della pressione esercitata su di lui da questo sistema di globalizzazione, che tende ad orientarlo culturalmente, resti legato a proprie radici profonde, costituite da eventi, luoghi, esperienze fatte, a cui rimane sempre indissolubilmente legato. Perciò sono del tutto legittime le aspirazioni verso la definizione di un ambiente che generi un'atmosfera equilibrata e nella quale l'identità possa rigenerarsi, ridefinirsi. Esiste, pertanto, il problema della formazione dei principi d'identità che è certamente un aspetto essenziale per la formazione della nostra cultura. Può essere affrontato in modi diversi: quella che tenta di agganciare la cultura alta con la cultura popolare, può permettere di trovare un punto di convergenza delle due polarità in un'identità specifica che le rappresenti in una sintesi in cui si offre la possibilità di agganciare temi comuni con i quali costruire insieme un ambiente disponibile all'incontro e agli scambi. Compito fondamentale è, dunque, dare espressione a quelli che chiamerei i "punti di cristallizzazione" delle interazioni sociali. Vale a dire costruire strutture che permettano ai membri della società di operare insieme, di realizzare una pratica sociale con strumenti adeguati. Anche questa esigenza si esprime attraverso strutture e simboli, ma non si esprime automaticamente in "architettura". Nella città di oggi, che è sempre più multietnica e sempre meno culturalmente omogenea, ciò significa dare alle diverse etnie la possibilità di esprimersi.

Concomitante all'attuarsi del processo di "cristallizzazione" si realizzano anche processi sociali che sono molto vari e difficili da definire. È, comunque possibile, per fare un esempio presente, prospettare la necessità di creare opportunità di incontri multietnici creando apposite strutture culturali. Se si osserva cosa succede, ad esempio, in piazza del Duomo a Milano ci si rende conto dell'importanza e dell'urgenza. In ogni angolo della piazza c'è un gruppo etnico diverso, che, lontano dagli altri, si raggruppa e trascorre insieme le serate. È evidentemente un dato di fatto che prospetta la necessità di un intervento per la creazione di strutture adatte che permettano anche una possibilità di integrazione tra gruppi, attraverso la forza "civilizzatrice" dei contatti.

Altro aspetto: "l'orientamento", che è problema capitale della città. Quando parlo di orientamento intendo una guida su percorsi vitali che una città deve possedere se vuole assicurare un certo equilibrio ed avere un'influenza sull'essere umano affinché si senta bene, possa di fatto esprimersi in una maniera soddisfacente nell'ambiente. C'è anche il problema dell'orientamento come sicurezza psicologica. È risaputo che la coscienza della propria integrazione sociale è essenziale per raggiungere una condizione che influisca positivamente sul comportamento. Si sa che l'isolamento porta a quadri comportamentali molto negativi, come si sa che lo stesso risultato è provocato dalla mancanza di orientamento: quindi non si tratta solo di bellezza e di funzionalità dello spazio pubblico, di qualità di oggetti artistici e architettonici; si tratta soprattutto di dare sicurezza psicologica, sostegno psicologico alle persone, per metterle in una situazione comportamentale che le rassicuri, che le ponga in una condizione positiva per potersi esprimere.
Plecnik costituisce sicuramente un esempio molto interessante per il modo adottato a Lubiana nel costituire elementi di identità della città, conseguendo risultati significativi anche nelle possibilità di orientamento. Può, forse, riuscirci difficile ammetterne l'assoluta validità, anche attualità, giacché l'estetica che propone, non è di avanguardia, bensì di ritorno al passato. Un'estetica che definisce parti urbane, le formalizza per dare risposte alla ragione fondamentale di costruire l'identità della città. La sua tesi era che quando si vuole veramente fare qualche cosa per il cittadino bisogna parlargli con un linguaggio che capisce, con parole, grammatica, sintassi che riesce a comprendere. Riteneva, perciò, inutile introdurre cifre di una modernità, spesso incomprensibile, nel dialogo con la cittadinanza. Sono note le polemiche contro le tesi di Le Corbusier, che Plecnik rifiutava in modo assoluto, non per una ragione filosofica-storica bensì per una ragione etica, di volontà di preservazione dell'identità locale.

In tutti quei paesi dove l'occupazione è stata fortemente segnata da una oppressione, succede sempre una volontà di un ritorno alle radici; ritorno, quindi, a un certo regionalismo indirizzato al recupero di una propria identità. Questo è stato anche il caso di Lubiana, dove Plecnik ha affrontato l'impegno di rifondare l'identità locale, recuperarne le radici attraverso una riconnessione con la storia locale.

Ci sono, poi, differenti attitudini e abitudini che vanno rispettate. Per esempio i giovani hanno bisogno di spazio per incontro e sfogo; al contrario, c'è chi ha bisogno di tranquillità e ama il clima disteso, la passeggiata tranquilla nello spazio pubblico come luogo del flâneur. C'è, poi, chi ama interpretare i luoghi urbani come un palcoscenico, un teatro per rappresentarsi o presentarsi. Sono bisogni dei quali la definizione progettuale dello spazio pubblico deve assolutamente tener conto; è quindi necessario rendere possibile tutta una serie di funzioni, con l'attuazione di un programma che sappia dare risposte appropriate a tutti, fornendo a ciascuno l'opportunità di soddisfare i propri bisogni di riposo, presenza o rappresentazione che siano. È una esigenza fondamentale che costituisce tema specifico della struttura del luogo pubblico, che non ha niente a che vedere con l'arte, ma al quale tuttavia l'arte può fornire, attraverso segni, strutture, forme appropriate risposte valide e soddisfacenti.

Abbiamo, poi, i luoghi che debbono assumere specifiche funzioni pubbliche. Per esempio, è importantissimo, per una piazza, essere idonea alla realizzazione di varie manifestazioni pubbliche: un raduno, un corteo, un comizio, uno spettacolo. Il gruppo deve potervisi esprimere; la piazza va considerata, quindi, struttura dove l'individuo si incontra, dove attua una sua "crescita" nella dimensione collettiva. Schouwburgplein a Rotterdam è stata pensata in questo senso e mi sembra riesca a dare risposte molto ben appropriate a queste esigenze.

In questa direzione va considerato anche il fenomeno dello spontaneo realizzarsi di mercatini in luoghi diversi: sono fenomeni che spesso vengono trascurati, ma che, in realtà, evidenziano delle specifiche necessità. La risposta appropriata potrebbe essere quella di creare strutture pubbliche flessibili, che permettano anche usi diversi tra loro. Strutture temporanee, che possano essere smontate per dare luogo ad altri interventi ed eventi: la collocazione, sulle piazze, di strutture inamovibili che le condizionerebbe, impedendone una flessibilità ed adattabilità a diverse esigenze, risulterebbe inadeguata.

Una particolare attenzione va riservata allo spazio semi-pubblico. Quello spazio che costituisce una sorta di filtro tra il privato e il pubblico. Gli spazi semi-pubblici sono molto importanti, perché sono i luoghi in cui ci si apparta. Si va volentieri negli spazi pubblici, sulle piazze, ma deve essere possibile, ad un certo punto, potersi ritirare in uno spazio che presenti caratteri di intimità e possibilità di riservatezza. L'intimità non è desiderabile solo in casa: è una esigenza cui bisogna prevedere risposte appropriate anche nella configurazione degli spazi urbani.

La creazione negli spazi pubblici di "nicchie di intimità", luoghi che offrano una possibilità di rifugio, può presentare preoccupazione di sicurezza, per il timore di violenze o di situazioni estreme. Ma considerare lo spazio pubblico esclusivamente sotto l'aspetto della possibilità del controllo e dell'ordine, come per molte amministrazioni pubbliche oggi appare prioritario, mi sembra assolutamente sbagliato. I parchi, infatti, sono molto apprezzati non solo perché sono luoghi verdi, ma anche perché sono luoghi dove ci si può rifugiare, dove si può raggiungere una condizione di intimità.
Credo che si debba, dunque, realizzare un giusto equilibrio tra ciò che è pubblico in senso lato e ciò che è semiprivato: da un lato uno spazio pubblico collegato a grandi manifestazioni, che deve possedere chiarezza e visibilità globale anche per garantire l'identità dei gruppi; e dall'altro la possibilità di un rifugio e la garanzia, per l'individuo, del benessere che si trova nell'intimità, anche all'aperto.

I cinque esempi che ho scelto esemplificano in vario modo i punti esposti.

La loro componente artistica è importante per garantire il "benessere atmosferico" del luogo, di cui contatti e interazioni necessitano (giacché in uno spazio "repressivo" non si comunica) per conferire al luogo il senso dell'armonia che chi lo percepisce deve provare per sentirsi a proprio agio. Il mio interesse per il tema proposto sta prima di tutto nell'uso della creatività ambientale. Il disegno urbano di Lubiana, più precisamente i ritocchi introdotti nel piano regolatore cittadino a partire dal 1929 dall'architetto Joze Plecnik (1872-1957) nella sua qualità di architetto del Comune, appare esemplare. Plecnik propone ai cittadini una serie di luoghi in cui identità e storia dialogano; un concetto applicato all'intero tessuto urbano della città e che riesce a conferirle quel suo aspetto particolare. A ogni nodo della percezione spaziale Plecnik colloca dei segni, dei punti di riferimento e di attrazione che costituiscono dei "richiami ottici". Giunti a questi punti ottici si percepiscono più lontano ulteriori punti di richiamo che formano, distribuiti nella città, un percorso visivo obbligato. Si può dire che Plecnik conduce il passante attraverso la città offrendogli una "visita guidata": ogni luogo in cui sono collocati questi segni, riferimenti o accenti è un punto focale che sottolinea qualità speciali, avvenimenti storici, qualità monumentali: una specie di cornice urbana per i luoghi da mettere in rilievo. Questo modo di guidare il visitatore attraverso la città precorre le ricerche di Kevin Lynch sulla percezione dello spazio urbano. Si noterà che il linguaggio usato da Plecnik, derivazione e combinazione di un neoclassicismo liberamente interpretato, viene scelto per garantire ai cittadini la possibilità di percepire i messaggi loro indirizzati, attraverso una forma espressiva a loro comprensibile e cara: il che assicura l'adesione al processo di identificazione.

In una Lubiana, anni prima parzialmente distrutta da un terremoto, Plecnik interpreta la tendenza politica nazionalista, vigente in quel momento, con una capacità di segni caratterizzanti molto forti.

Una delle sue opere è il ponte al centro della città, sulla Lubiana, il fiume che scorre attraverso la città; esso costituisce una interpretazione espressiva di strutture pubbliche. In questo caso come negli altri Plecnik si preoccupa di qualificare i luoghi della città creando una successione di elementi capaci di conferire identità ai luoghi stessi.

È molto interessante considerare il modo in cui realizza i suoi interventi. Una semplice statua, un busto di una personalità, di un eroe nazionale, un poeta gli è sufficiente per reinterpretare strutture collettive già esistenti, attribuendo loro nuove valenze con elementi-segno. La vela e le colonne che costituiscono una edicola per onorare un personaggio; la scalinata che sale verso il giardino dove si prospetta un'altra passeggiata a più livelli, dove è possibile il contatto, l'incontro, ma anche il riposo. Plecnik riusciva a porre in essere una grande arte con semplicità. Utilizzava soprattutto un modo molto preciso per costruire un'arte che induce il cittadino a riconoscersi nella propria città ed amarla. Per conseguire questo obbiettivo c'era bisogno, come diceva, di un linguaggio comprensibile e al quale la cittadinanza può avvicinarsi. C'è in questo una grande civiltà, che si rivela anche nelle scelte e le motivazioni cui rispondono.

Per esempio, non volendo interrompere l'ombreggiatura di cui si può godere sulla strada di accesso, fa in modo di continuare la struttura dei filari di alberi anche sul ponte che attraversa il fiume. Più che una ricerca formale si tratta quindi di una preoccupazione civile: dare alla città una continuità di momenti gradevoli. Soprattutto in una città che d'estate è molto calda, è importante poter passeggiare o sostare all'ombra. Queste attenzioni costituiscono fattori determinanti che fanno la qualità della città. Credo che non sia la pianificazione urbanistica di per sé, bensì la cura dei particolari della progettazione che assai spesso fa la vera qualità dell'ambiente urbano.

Interessante anche il modo con cui Plecnik si rapporta con le memorie storiche. Nella ridefinizione delle mura romane, ad esempio, colloca elementi che appaiono recuperati dalla storia della città; ma che, in realtà, sono elementi inventati. È lui stesso a crearli ma con il chiaro intendimento di non generare fratture o disarmonie. Il suo scopo è creare segni significativi capaci di integrarsi con discrezione, quasi fondersi nelle preesistenze storiche.

La Schouwburgplein è una piazza di Rotterdam concepita dall'architetto Adrian Geuze (1960) insieme con il Gruppo West 8, compiuta nel 1997.
Questa "piazza maggiore" copre la superficie di un'autorimessa sotterranea e si trova nel cuore della zona commerciale attiva della città. Sulla piazza sono state collocate varie attività con lo scopo di intensificare la presenza del pubblico, come sale cinematografiche, ristoranti e caffè, posti lungo il perimetro della piazza. La Schouwburgplein è prevista come un luogo in cui gli abitanti possano esercitare e mostrare i propri talenti, esibirsi, farsi notare dai passanti, dai frequentatori dei caffè e dei ristoranti adiacenti.

A partire da questa funzione individuale la piazza può essere completata da azioni collettive come feste e cortei per diventare un luogo di spettacolo in cui si può dar spazio a eventi e accogliere manifestazioni pubbliche di ogni genere. Per questo la divisione degli spazi è stata prevista in modo conseguente, ma anche come possibilità di reagire all'improvvisazione dinamica della vita collettiva e al ciclo del tempo. L'idea è dunque rispondere alla presenza temporanea prevista per eventi unici e di far fronte ai bisogni di incontro, di contemplazione, di gioco, di esibizione e di riunioni di massa. La copertura dell'autorimessa è strutturata in modo da accogliere differenti materiali, facilitarne la manutenzione e consentirne la progressiva sostituzione. Gli elementi visibili in superficie sono: la soprelevazione di 35 centimetri della superficie centrale della piazza, dei banchi della lunghezza di 6 metri, le torri d'aerazione dell'autorimessa, le grandi strutture d'illuminazione idrauliche regolabili dal pubblico (grandi braccia che sembrano delle gru, con le quali, di notte, si può illuminare la piazza, secondo le esigenze dei gruppi che si formano), uno specchio d'acqua con getti uscenti dal suolo che può anche servire ad accogliere altre funzioni e le rampe d'accesso all'autorimessa. Si noterà l'attenzione nella scelta dei materiali come l'acciaio, la pietra, l'acqua, le resine sintetiche, la gomma che assorbono in modo differente i ritmi, il passo dei cittadini, tenendo anche conto dell'elemento tattile degli utenti. La qualità di questo spazio è sostenuta tramite l'inserimento di elementi in grado di produrre una catena di effetti successivi. La piazza è uno strumento a disposizione del pubblico per presentare come su un palcoscenico il teatro della vita individuale o collettiva di una comunità.

Il problema che questo tipo di intervento tocca è estremamente raffinato, ed è un tema che andrebbe affrontato: quello del rapporto fra corpo e materia, essenziale per la determinazione dell'identità. L'identità si attua attraverso la cultura, ma anche attraverso lo sviluppo dei sensi. Per sviluppare i sensi, è necessario un allenamento continuo. I sensi hanno bisogno di essere continuamente occupati, stimolati, vitalizzati. Il grande fattore negativo dei quartieri nelle nostre periferie è che l'architettura stessa, le strutture urbane che le costituisce, non sono in grado di stimolare positivamente i sensi. Nella condizione sociale miserabile che li caratterizza la miglior opera d'arte non può che consistere nel ridare impulsi positivi ai sensi dei suoi abitanti. Ma per riuscirci è necessario creare un ambiente qualificato dal punto di vista sociale oltre che da quello estetico. È essenziale la definizione di un ambiente che possa permettere di agire sui sensi e incidere profondamente sullo spazio pubblico, correntemente caratterizzato da un deficit specifico.
Le carenze proprie delle parti di città nuove, delle periferie, costituiscono una esemplificazione del perché l'arte non è più in grado di avere un suo ruolo essenziale. La condizione sociale vi è talmente disastrosa che ogni tentativo di operare con strutture estetiche non riesce, in realtà, ad incidere efficacemente, attraverso i sensi, sulle coscienze e neanche sulla percezione. Le classi sociali, afflitte da molti problemi, hanno perduto una sensitività attiva, distrutta da fattori aggressivi che costituiscono, alla fine, un blocco insuperabile nei confronti della struttura estetica. Anche per accogliere l'arte bisogna essere in condizioni idonee; condizioni non solo culturali ma anche sociali e psicologiche. Bisogna trovarsi in una certa condizione per capirla, per sentirla; ma anche è necessario trovarsi in un contesto idoneo per poterla accedere. Perciò non sono d'accordo con quello che diceva Bohigas. Non è la stessa cosa se l'arte viene presentata in un capannone piuttosto che in un museo. Per creare una condizione idonea nella quale ci si sente bene; si è disposti, con la dovuta serenità, ad affrontare il problema dell'arte, è indispensabile trovarsi in un ambiente appropriato. Non sono, dunque, assolutamente la stessa cosa: un museo, una piazza all'aperto o un capannone non si equivalgono.
Nell'opera di Geuze si rivela una notevole sensibilità verso questi temi. Ogni cosa ha un suo senso e una sua logica. La pavimentazione della piazza è costituita da materiali provvisori, scambiabili; proprio perché è una superficie pensata per durare pochi anni. Ne è, infatti, previsto lo smontaggio e il rifacimento per adattarla a nuove esigenze, a quelle funzioni diverse, che si dovessero prospettare nel corso dello sviluppo socio-culturale del luogo, che, come ogni luogo, è in continua trasformazione e richiede quindi successivi aggiornamenti dei programmi di utilizzo e della loro formalizzazione.

Un altro esempio di attenzione ai problemi ambientali è costituita dalla Federal Courthouse Plaza a Minneapolis, dello studio Martha Schwarz, Inc. (1997). Questa piazza di dimensioni ridotte fa da zona a disposizione del pubblico e da ammortizzatore tra un palazzo per uffici e un trivio dalla fittissima circolazione automobilistica. I tumuli evocano la memoria delle forme geologiche della regione e dei tronchi che rappresentano la foresta, base dell'economia locale. Il contrasto fra tronchi d'albero, zone verdi (tumuli) e passaggi (zone pavimentate in pietra naturale) dà luogo a una composizione armoniosa. Con mezzi ridotti l'architetto ottiene un effetto forte che stimola positivamente il comportamento del pubblico che vive questo spazio. È , dunque, un intervento ambientale che si attua con una raffinatezza, ed un'eleganza tali da riuscire a mostrare come l'estetica di per sé talora possa assumere un ruolo determinante nella qualificazione dell'ambiente urbano, influendo, come un elemento estremamente positivo, anche nella strutturazione ed organizzazione dello spazio. Chi attraversa quello spazio si trova a vivere una condizione di benessere. Inoltre i tumuli di terra che costituiscono le aiuole determinano una articolazione degli spazi, tale da realizzare angoli dove è possibile appartarsi, trovare intimità, ma anche angoli in cui é possibile porsi in contatto dialogico con gli altri. Vengono così offerte diverse possibilità di scelta; assumibili secondo gli umori, i desideri e le esigenze. E questo aspetto costituisce carattere sicuramente positivo, giacché non c'è niente più negativo per una piazza un suo senso di vuoto.

Il Giardino Sonoro di Bill e Mary Buken è molto diverso. Costituisce un esempio positivo di un intervento vitalizzante in un quartiere dove non c'era niente che potesse favorire funzioni sociali, collettive; e nel quale è venuto ad assumere la funzione di avvio di una diversa modalità di vivere il quartiere. Gli autori, due artisti, si sono proposti di coinvolgere soprattutto i giovani, offrendo la possibilità di utilizzare strumenti sonori collocati in un'area pubblica. Sono strumenti che permettono, attraverso la percezione, ma anche la elaborazione dei suoni di educare ed affinare i sensi sviluppando una sorta di training sensoriale. È noto che un training sensoriale porta a una sensibilità maggiore, ma anche a una maggiore capacità di contatti e sviluppo sociale e culturale. Quando i sensi sono molto evoluti si impara molto più presto, si percepisce meglio, si associa meglio: il loro affinamento costituisce, dunque condizione favorevole allo sviluppo dei ragazzi e dei giovani. In questo senso questo campo di gioco è opera assai riuscita ed intelligente. I due autori hanno realizzato loro stessi gli Îstrumenti' sonori. Tamburi-sedili-tavoli che i ragazzi suonano inventando concerti singolarmente o insieme. I gruppi si richiamano da un luogo a un altro con sequenze di suoni che li distingue; oppure possono parlare da una struttura a un'altra lontana. Quando c'è vento imparano a capire il rapporto fra la forza del vento e l'intensità dei suoni e fare esperienza della possibilità di modularla con loro interventi.

Il tutto, dunque, costituisce una felice sintesi tra scelte artistiche, partecipazione interattiva, esperienze didattiche ed emancipazione sociale: può essere battezzata soundscape, un nuovo tipo di spazio giochi.
L'ultimo esempio è un progetto che avevo fatto con il gruppo Urban Design nel '75. Esso affrontava un problema specifico di Berlino. In quell'epoca a Berlino c'erano moltissime aree appartenenti a persone di cui non si sapeva più niente; che non avevano fatto niente per rivendicare la proprietà dei beni. Per questo motivo, ma anche perché era una città sempre in bilico (si temeva che, da un momento all'altro, il comunismo potesse annettersela con una operazione militare) a Berlino non si costruiva. Anche se, alla fine, proprio questo essere continuamente in pericolo ne ha permesso, a lungo, la preservazione di una identità culturale.

Berlino è rimasta, per anni, una struttura provvisoria: non più di "pietra", ma, come la chiamavo io, di "cartone". A quell'epoca le grosse fabbriche, come la Siemens e la BMW, sempre con la paura dell'invasione, avevano tutti gli uffici di ricerca, tutte le strutture tecnologicamente più avanzate, al di fuori delle fabbriche berlinesi, dove si faceva solo montaggio con tecnologie a bassi costi.
Il nostro progetto rispondeva a un concorso che chiedeva di creare, in un quartiere, strutture che dovevano durare solo dodici anni. C'era una legge, infatti, che permetteva al Comune di utilizzare terreni, che non fossero stati sino ad allora rivendicati, per la durata di dodici anni. Noi avevamo proposto quello che abbiamo denominato il Riflettore dell'immagine cittadina: una struttura-segnale che si proponeva di svolgere per i cittadini una funzione di rimemorazione della storia di quello specifico ambiente urbano, facendolo individuare anche come luogo di incontro. L'opera, oltre alla struttura-segnale, era infatti costituita anche da uno spazio in cui si offriva ai cittadini la possibilità di stare insieme, di partecipare a una vita collettiva, culturale o sociale, mediante cui maturare una propria identità. Dietro la facciata erano, infatti, previsti spazi dedicati alle varie funzioni di un centro di quartiere, come una sala riunioni, un auditorium, una biblioteca. Il cortile che costituiva la parte posteriore dell'edificio erano riservate alle attività che possono essere svolte all'aria aperta.

La struttura-segnale era costituita da una intelaiatura metallica su cui erano fissate pannelli con dipinti raffiguranti gli elementi essenziali della storia del quartiere. Cominciava dalla parte bassa, dove erano rappresentate le prime case contadine che in epoche passate sorgevano su questo luogo, per arrivare a visualizzare tutti gli elementi architettonici caratterizzanti le epoche trascorse.
Nostro intendimento fondamentale era quello di tessere un dialogo d'identità con i luoghi attraverso elementi semplici e comprensibili.

Credo che la scelta degli esempi che ho portato mostrino, con evidenza, che la mia preoccupazione non è fondamen-talmente estetica.

Riconosco la qualità estetica; riconosco il bisogno dell'estetica; ma sono assolutamente convinto che l'estetica non è sempre necessariamente legata a un problema di funzione sociale. Anzi l'estetica può anche perdere senso se non le si riesce ad abbinare una utilità ed una funzione. Quando però si riesce a compiere la fusione, l'opera guadagna in senso. Penso che un progetto di architettura, combinato con un progetto d'arte e un progetto sociale possa riuscire a costruire elementi di identità forti, capaci di dare risposte soddisfacenti alle esigenze di una vita che voglia svilupparsi in modo civile e soprattutto in forme emancipative.
 


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