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 ABRUZZO INTEREXPO 2009
 FERRO
 

Dice un proverbio abruzzese: “Quande sì ngudine statte, quande sì martelle vatte” (Quando sei incudine stai fermo, quando sei martello batti).

Il significato simbolico allude a comportamenti ritenuti opportuni nelle diverse situazioni della socialità umana, ma i termini manifesti del proverbio rinviano ad un mestiere – quello del fabbro - che è forse uno dei più rappresentativi del settore artigiano, in quanto da tempi antichissimi ha consentito la fabbricazione di varie tipologie di arnesi e suppellettili utili ad altre attività produttive, interessando molteplici aspetti della cultura materiale.

Nelle loro botteghe, spesso con l’aiuto di giovani apprendisti, per secoli i fabbri hanno saputo coniugare qualità diverse - forza, precisione, estro creativo – sapendo riconoscere dal colore il giusto grado di duttilità del ferro arroventato e battendo per modellarlo con colpi di martello regolari e risonanti come una musica.

L’arte fabrile vanta in Abruzzo una tradizione di rilievo, grazie ad artigiani che, nel tempo, hanno saputo rispondere con uguale competenza alle richieste di una clientela socialmente ed economicamente differenziata, unendo nei loro manufatti funzionalità e valenza estetica.

Le produzioni che hanno reso famose alcune località abruzzesi in tutta Italia ed anche all’estero per il loro pregio tecnico-artistico, sono l’espressione più qualificata e notevole di un’attività che, fino alla prima metà del Novecento, cioè prima dei mutamenti socio-economici avviatisi nel secondo dopoguerra, era diffusa capillarmente sul territorio, soprattutto come indispensabile supporto alla preminente economia rurale della regione.

I fabbri ferrai assicuravano la fabbricazione e la manutenzione di arnesi del lavoro agro-pastorale locale, ma anche di suppellettili domestiche e pezzi di complemento alle strutture abitative. Si forgiavano soprattutto vomeri di aratro ed altri attrezzi per lavorare la terra, ferri da taglio, serrature, alari, spiedi, graticole e ferri per il camino, recipienti da cucina; si rifornivano di attrezzi ed accessori altre categorie artigiane, come i calzolai, i falegnami, i carradori, gli scalpellini. Spesso, il fabbro era anche maniscalco e provvedeva, quindi, alla fabbricazione ed applicazione dei ferri sugli animali da trasporto.

Oggi, molti di questi oggetti, caduti in disuso, arricchiscono le collezioni di alcuni musei etnografici della regione, quali il Museo delle Genti d’Abruzzo a Pescara, il Museo delle Tradizioni e Arti Contadine a Picciano (PE), il Museo Etnografico a Bomba (CH), il Percorso-Museo della Civiltà Contadina e del Lavoro a Collelongo (AQ), tanto per citarne alcuni.

Meno frequentemente venivano commissionati manufatti non funzionali al lavoro agricolo, nei quali potevano esprimersi al meglio capacità tecnica e creatività artistica: cancellate, ringhiere,lampadari, testate di letto, ecc.

Esempi numerosi sono tuttora visibili nelle architetture di molti centri abruzzesi, da quelli di più nobile tradizione e spesso essi stessi antichi luoghi di produzione – come L’Aquila, Sulmona (AQ), Guardiagrele (CH), Pescocostanzo (AQ), Penne (PE), Atri (TE) – a quelli di minore rilevanza storico-economica, ma comunque testimoni di un’arte particolarmente diffusa in tutta la regione.

Le produzioni più raffinate, che nelle botteghe dei piccoli centri avevano carattere di eccezionalità rispetto a quelle di oggetti d’uso corrente, si sono consolidate soprattutto in alcune località, grazie al talento degli artigiani locali ed a particolari congiunture storiche.

È il caso di Pescocostanzo (AQ), paese situato nel Parco Nazionale della Maiella, dove l’arte del ferro battuto fu importata da maestri lombardi nel XVI secolo. Ne è testimonianza pregevole la cancellata che chiude la Cappella del Sacramento nella Collegiata, disegnata dall’architetto pescolano Norberto Di Cicco e realizzata, nei primi anni del Settecento, dal fabbro Santo Di Rocco; soprattutto il fregio ed il fastigio sovrastanti la cancellata presentano un’eccezionale ricchezza decorativa che fanno di quest’opera uno degli esempi più alti della produzione artigiana abruzzese.

Ma il centro oggi più rappresentativo nel settore è senz’altro Guardiagrele (CH), anch’esso alle falde della Maiella, che vanta una ricca e vitale tradizione nella lavorazione del ferro e di altri metalli, quali il rame e l’oro; vi operano tuttora numerosi artigiani. Anche Penne (PE) si propone come centro artigiano qualificato nel settore.

Nel resto della regione, sono attivi diversi “maestri” che continuano a lavorare con metodi tradizionali. Una volta esauritasi l’antica funzione di servizio all’economia rurale, essi hanno saputo adeguarsi alle nuove richieste del mercato conservando, appunto, tecniche di fabbricazione manuale e l’uso di forgia e incudine per la piegatura del ferro. Le produzioni attuali si rivolgono soprattutto ai complementi esterni delle strutture abitative (inferriate, cancelli, ringhiere, balconate) come degli arredi interni (attrezzi da camino, portaombrelli, lampadari, testate di letto), soprammobili, sculture, oggetti decorativi, arricchendo spesso il patrimonio stilistico del passato con soluzioni di moderno design.

Anna Rita Severini


Per notizie di approfondimento sull’artigianato in Abruzzo, vedi:
AA.VV., L’artigianato che va scomparendo, Solfanelli, Chieti 1982; Braccili L., L’artigianato che resiste, Teramo 1983; Gandolfi A.-Severini A.R., Attività artigianali nella provincia di Pescara, in Pescara e la sua provincia (ambiente-cultura-società), Atti del Convegno, Istituto di Studi Abruzzesi, Pescara 1996, vol.I, pp.271-287; Gentili A.-Carta T., Artigianato in Abruzzo e Molise, Ed. Bestetti, Roma 1974; Santucci M., L’artigianato in Abruzzo, in Studi economici del CRESA, Japadre ed., L’Aquila 1974; Spini T., Abruzzo, in Guida all’Italia dell’artigianato, TCI, Milano 1987, pp.180-191; Tentori T., Le raccolte abruzzesi nel Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, in Lares, 1959, pp.168-182.


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