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 ABRUZZO INTEREXPO 2009
 ORO
 

L’arte orafa è una delle specializzazioni che connotano in modo particolare l’artigianato abruzzese non soltanto per la prestigiosa eredità delle produzioni passate, ma anche per la sua vitalità sul mercato attuale.

I centri che meglio rappresentano la tradizione storica sono Sulmona (AQ), Guardiagrele (CH), Pescocostanzo (AQ), Scanno (AQ), Teramo e L’Aquila.

A Sulmona è attestata già dal XIII secolo la presenza di maestri orafi e argentieri che producevano per una committenza di rango, nobile ed ecclesiastica innanzi tutto, manufatti di altissimo livello: croci, ostensori, reliquari, calici finemente lavorati. Ad essa viene riconosciuto il ruolo di centro di maggior prestigio, accanto all’Aquila, dell’arte orafa abruzzese fra Medioevo e Rinascimento.

In questa tradizione, si è inserita, nel ‘400, l’autorevole figura di Nicola da Guardiagrele, considerato il più illustre fra gli orafi abruzzesi, autore di opere di elevato pregio artistico, fra le quali numerose croci processionali in argento, oro e smalto, l’ostensorio della chiesa parrocchiale di Francavilla al Mare (CH) ed il celebre paliotto del Duomo di Teramo.

Splendidi esemplari si possono ammirare nel Museo Nazionale d’Abruzzo all’Aquila, nel Museo Civico di Sulmona e nel Museo d’Arte Sacra di Guardiagrele.

È nella seconda metà del XVI secolo che emerge la produzione di oreficeria popolare di Pescocostanzo, divenendo fiorente nei secoli successivi, accanto a quella di Scanno (AQ), in contrapposizione con il graduale declino dell’oreficeria sacra sulmonese ed aquilana, dovuto in parte alla forte concorrenza napoletana.

Gli orafi di questi due paesi dell’Abruzzo montano erano noti ed apprezzati per la ricchezza decorativa e per la qualità tecnica dei loro manufatti, destinati in massima parte ai ceti borghesi e mercantili emergenti. Il loro repertorio comprendeva monili lavorati nelle diverse tecniche a stampo, a fusione, a sbalzo e in filigrana, con l’inserimento anche di pietre dure e coralli, oggetti preziosi che ornavano il costume tradizionale del luogo e costituivano il nucleo principale della dote nuziale per le ragazze delle famiglie più abbienti.

È soprattutto in queste cittadine che ancora oggi persiste una produzione che segue una linea di continuità con i modelli della tradizione stilistica locale; gli attuali artigiani realizzano lavori pregevoli, fra i quali vanno segnalati gli orecchini a navicella lavorati a traforo (“cecquajje” in dialetto pescolano o “circejje” a Scanno) e il ciondolo di forma stellare con uno o due cuori centrali (“presentose”), ma anche collane, anelli, bracciali.

Appartiene solo al passato, invece, la tradizione orafa di Orsogna (CH), dove fino ai primi decenni del Novecento erano famose le “sciacquajje”, orecchini molto appariscenti a cerchio semilunato contenente piccoli pendagli a lamina.

Esemplari interessanti di oreficeria popolare otto-novecentesca sono esposti nel Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma e nel Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara. Questi ornamenti, molto diffusi presso le classi contadine per il loro costo contenuto e per le proprietà simboliche e protettive ad essi attribuite dalla tradizione, sono stati spesso riprodotti da pittori abruzzesi di fine Ottocento che ritraevano figure di popolane: Basilio Cascella, Francesco Paolo Michetti, Pasquale Celommi. Come non pensare al profilo della donna ritratta da Michetti ne “La figlia di Jorio”? Sono le grandi “sciacquajje” a far emergere dalle pieghe rosso scuro dello scialle il suo volto quasi interamente nascosto.

Grande è il fascino di questi manufatti, che ci ricordano come l’oro e l’argento fossero ritenuti, nella cultura agro-pastorale erede di consuetudini arcaiche, due metalli dotati di forti energie protettive e benefiche, rese ancor più efficaci dalle particolari forme loro impresse dagli orafi per creare ciondoli, orecchini con pendagli il cui tintinnio doveva allontanare eventuali forze malefiche, amuleti destinati ai bambini contro il malocchio. Ed altrettanto suggestivo è il valore simbolico attribuito ai gioielli legati agli usi nuziali, come la già citata “presentosa”, classico dono di fidanzamento, e le collane di corallo rosso, il cui colore esaltava le virtù apotropaiche del monile.

La tecnica della filigrana, presumibilmente d’importazione veneziana, caratterizza ancora oggi le migliori produzioni pescolane, mentre sono tuttora specializzati nella lavorazione dell’argento gli artigiani di Scanno che rinnovano spesso i motivi decorativi degli accessori d’abbigliamento tradizionali: bottoni, fermagli, fibbie, spille passafilo.

Oltre a queste produzioni tipiche, va segnalato che a Sulmona e Guardiagrele è presente una nuova generazione di artigiani dediti a nuove sperimentazioni tecniche e stilistiche; altri laboratori sono attivi a Lanciano (CH), Vasto (CH), Penne (PE), Teramo, Pescara, L’Aquila.

Anna Rita Severini


Per notizie di approfondimento sull’artigianato in Abruzzo, vedi:
AA.VV., L’artigianato che va scomparendo, Solfanelli, Chieti 1982; Braccili L., L’artigianato che resiste, Teramo 1983; Gandolfi A.-Severini A.R., Attività artigianali nella provincia di Pescara, in Pescara e la sua provincia (ambiente-cultura-società), Atti del Convegno, Istituto di Studi Abruzzesi, Pescara 1996, vol.I, pp.271-287; Gentili A.-Carta T., Artigianato in Abruzzo e Molise, Ed. Bestetti, Roma 1974; Santucci M., L’artigianato in Abruzzo, in Studi economici del CRESA, Japadre ed., L’Aquila 1974; Spini T., Abruzzo, in Guida all’Italia dell’artigianato, TCI, Milano 1987, pp.180-191; Tentori T., Le raccolte abruzzesi nel Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, in Lares, 1959, pp.168-182.


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