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Ottocento e Contemporaneo Veneziano

Data di pubblicazione: Friday 19 March 2010

VENEZIA - Il Museo Nazionale di Villa Pisani di Stra, a Venezia, ospita dal 28 marzo al 26 settembre prossimi la mostra “Ottocento veneziano. Veneziano contemporaneo”, promossa dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso, organizzata da Munus in collaborazione con la Regione Veneto e curata da Myriam Zerbi per la sezione dell’Ottocento e da Costantino D’Orazio per la sezione del Contemporaneo. La rassegna, allestita nelle sale e nel parco di Villa Pisani, illustra il ruolo centrale che Venezia ha avuto nella formazione, nell’accoglienza e nell’ispirazione degli artisti dal XIX secolo ai giorni d’oggi. Il percorso espositivo, illustrato anche nel catalogo Allemandi che accompagna la mostra, è organizzato in due nuclei distinti: le opere dell’Ottocento saranno presentate negli ampi corridoi della villa, mentre le opere di alcuni giovani artisti contemporanei dialogheranno con il parco. La sezione ottocentesca mette in luce l’opera dei pittori più celebri che si sono formati o che hanno insegnato nelle aule dell’Accademia di Venezia nel corso dell’Ottocento e nei primi lustri del secolo successivo. Lavori che coprono un arco temporale di più di un secolo dialogano tra loro avvicinando protagonisti dell’arte veneta i cui sentieri si sono incrociati nell’ambito della istituzione veneziana, il cui prestigio è da sempre stato pari a quello dell’Accademia romana di San Luca e di quella milanese di Brera. Solcando l’Ottocento che, nel passare degli anni, col mutare del gusto e della temperie culturale, cambia pelle, e dall’ideale neoclassico si fa romantico e poi realista, i dipinti, le cui dimensioni variano dal miniaturistico al monumentale, conducono lo spettatore attraverso scene storiche, ritratti, quadri di genere, paesaggi, ad assaporare sfumature diverse dell’emozione estetica, dal rigore lucido e razionale del disegno di matrice canoviana all’incanto di smaglianti cromatismi vedutistici nel solco della tradizione settecentesca, e dallo struggente fascino di un paesaggio ripreso dal vero all’ironica malinconia di un arguto racconto popolare. Le sale di Villa Pisani ospiteranno opere di autori famosi e celebrati tra cui Teodoro Matteini (il primo a tenere la cattedra di Pittura nella nuova sede del convento e chiesa della Carità dove nel 1807 s’inaugura la Regia Accademia), Giuseppe Borsato, Francesco Bagnara, Francesco Hayez, pupillo di Canova, nume tutelare dell’Accademia ai suoi inizi, Ludovico Lipparini, Michelangelo Grigoletti, Ippolito Caffi, Pompeo Molmenti, Guglielmo Ciardi, Giacomo Favretto, Ettore Tito, Alessandro Milesi, oltre a quelle di personalità artistiche di notevole pregio, ma meno note al grande pubblico quali Vincenzo Chilone, Domenico Bresolin, Egisto Lancerotto, Oreste Da Molin, Antonio e Silvio Rotta. A dimostrazione del fatto che Venezia sia ancora oggi un vivace centro creativo, dove si formano e lavorano giovani artisti di grande interesse, Costantino D’Orazio ha invitato cinque artisti che operano nel contesto veneziano a confrontarsi con lo straordinario scenario del parco di Villa Pisani, dove negli ultimi due anni hanno esposto alcuni tra i maggiori maestri internazionali. Dopo Mimmo Paladino, Richard Long, Giuseppe Penone, Jannis Kounellis, il parco della Villa si aprirà per la prima volta agli artisti delle ultime generazioni, con uno sguardo a coloro che contribuiscono ad arricchire la realtà veneziana attraverso il loro lavoro. Come le personalità dell’Ottocento, anche per questi giovani Venezia ha rappresentato un importante contesto di formazione per la costruzione della propria carriera, che si è nel tempo distinta per la partecipazione a premi prestigiosi e a mostre pubbliche di livello nazionale e internazionale. Elisabetta Di Maggio, Giorgio Andreotta Calò, Margherita Morgantin, Arcangelo Sassolino e Alberto Tadiello, che realizzeranno installazioni appositamente pensare per il parco, saranno i primi protagonisti a Villa Pisani di una finestra aperta sull’avanguardia più contemporanea. Il catalogo di questa sezione, oltre ad illustrare i lavori degli artisti, si configurerà come una guida alle istituzioni che oggi a Venezia si occupano della formazione e della promozione dei giovani artisti: dall’Accademia di Venezia alla Fondazione Bevilacqua La Masa, dal Premio Furla allo IUAV. Elisabetta Di Maggio, che ha partecipato alla Quadriennale nel 2008 ed è invitata alla prossima mostra internazionale dell’Hangar Bicocca di Milano, trasformerà la Coffee House in una serra per piante sospese nel tempo; Giorgio Andreotta Calò, reduce da una mostra personale alla Galleria Civica di Trento, riprodurrà il “respiro” del parco attraverso una suggestiva installazione nella antica ghiacciaia nel bosco della Villa; Margherita Morgantin, che ha esposto alla Fondazione Quetini Stampalia e ha partecipato all’ultima Quadriennale, inserirà un segno nel labirinto della Villa per creare un gesto emozionale attraverso il soffio del vento; Arcangelo Sassolino, protagonista di una mostra personale al Palais de Tokyo di Parigi, realizzerà una scultura dedicata ai rumori più tipici di Venezia, sfruttando la tensione e la resistenza dei materiali; Alberto Tadiello, vincitore dell’ultima edizione del Premio Furla e attualmente impegnato al Museo Mambo di Bologna, si insinuerà nella serra tropicale di Villa Pisani attraverso un lavoro sonoro, che arricchirà l’atmosfera straniante dell’ambiente. (aise)(muvi.org)

admin @ 8:34 am
Categoria: Mostre and Musei
Crisis

Data di pubblicazione: Friday 19 March 2010

MILANO - Un grande ambiente, appositamente creato per lo spazio milanese della galleria Jerome Zodo Contemporary. È qui che dall’11 marzo al 17 aprile verrà presentata l’esposizione “Crisis” dell’artista statunitense Andrew Schoultz (Milwaukee, 1975), composta da 12 lavori di grandi dimensioni, che, sulla base del tipico linguaggio che fonda tra loro l’energia della street art, i riferimenti alla storia dell’arte e un’incisiva critica politica, vedrà interagire tra loro pittura, scultura e installazione. Andrew Schoultz vive e lavora a San Francisco ed è noto per i suoi iperdettagliati murali esterni e per i lavori su tela, tavola, carta, nonché per le grandi installazioni scultoree. Le tipiche immagini che appartengono alla sua cifra espressiva – cavalli in battaglia, cataste di legname, ponti spezzati, figure in atto di essere soggiogate, alberi legati con banconote, iscrizioni arabe e portali ardenti – sono spesso coperte da un energico vortice di linee, punti e collages, che creano sul dipinto una sorta di ragnatela. L’ambiente creato all’interno della Jerome Zodo Contemporary consiste in un cumulo di strutture simili a pali telefonici che sembrano fatte crollare e sparse per la stanza. Se l’opera offre un immediato riferimento al crollo dei sistemi di telecomunicazione, alla luce dei recenti avvenimenti di Haiti, l’installazione costituisce una visione, ancora più potente, del disastro naturale e politico. Nello spirito dell’urgenza di questi temi, Schoultz impiega molte forme e stili artistici – fra cui i graffiti, la cartografia medioevale, la pittura miniaturistica indiana e antichi intagli nel legno – e assembla una notevole varietà di elementi codificati nel suo lavoro. I grandi dipinti recano frammenti di vere banconote, certificati azionari annullati, antiche carte e acqueforti, nonché frammenti ritagliati dal suo stesso lavoro. (aise)(muvi.org)

admin @ 7:28 am
Categoria: Mostre and Varie
The Story is Fiction. Il cinema e’ inverosimile

Data di pubblicazione: Thursday 18 March 2010

MILANO - “The Story is Fiction. Il cinema è inverosimile” è il titolo della rassegna cinematografica che verrà ospitata nella sede della Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano (www.fondazionearnaldopomodoro.it), venerdì 19 e sabato 20 marzo prossimi. Nell’occasione verrà presentata una galleria di film che propongono un originale punto di vista sul reale partendo da basi dichiaratamente “inverosimili”. Saranno film opposti e lontani che riproducono la realtà, rimettendola in scena completamente e piegandola alla finzione. Opere spesso visionarie, fantasie ricalcate su realtà improbabili, ma talmente aderenti al “vero”, da sembrare attendibili. Questa sorta di genere ha spesso intercettato, con molti anni d’anticipo, le direzioni in cui le immagini del reale si stavano dirigendo, producendo opere al confine tra delirio e genio, incomprese per definizione e non sempre destinate a rivalutazione critica. Dove vengono violate arbitrariamente le regole della “verosimiglianza”, si rovescia come un guanto il “come eravamo” e si guarda impietriti il “come saremo”, si dà origine a opere singolari e fuori dagli schemi, da intercettare tra gli eccessi e l’insubordinazione del “satirico-politico” e le forme non-spaziali e terrestri della fantascienza quotidiana. Si inizia venerdì 19 marzo, alle ore 18, con una prolusione di Angela Vettese, direttore della Fondazione; a seguire, uno dei classici gioielli di audacia narrativa anni ‘60, “Tempesta su Washington” (Advise and Consent) di Otto Preminger (USA, 1962), che si apre con la precisazione che dà il titolo a questa rassegna, quindi un atipico e delirante esempio di science fiction italiana, “La decima vittima” di Elio Petri (Italia, 1965), per chiudere con la fantascienza ordinaria, burocratica e sconsolatamente contemporanea della saga di Douglas Adams inaugurata dalla Guida Galattica per autostoppisti di Garth Jennings (USA/Gran Bretagna, 2005). Sabato 20 marzo, sempre alle ore 18.00, ancora gli anni ‘60 saranno protagonisti con “Va’ e uccidi” (The Manchurian Candidate) di John Frankenheimer (USA, 1962), quindi con “Il dottor Stranamore” di Stanley Kubrick (Gran Bretagna/USA, 1964), un lucido e inquietante specchio degli scenari apocalittici paventati in piena guerra fredda. La serata si conclude con la proiezione di Death of a President, uno spregiudicato esempio di docufiction diretto dal regista canadese Gabriel Range nel 2006, incentrato sull’assassinio del 43° presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, dove la verosimiglianza produce effetti scioccanti, e che incontrò molte ostilità nell’opinione pubblica. I film sono tutti in lingua originale, sottotitolati in italiano. (aise)(muvi.org)

admin @ 11:47 pm
Categoria: Eventi and Musei and Varie
Capolavori del ‘900 italiano

Data di pubblicazione: Thursday 18 March 2010

NUORO - È stata inaugurata il 5 marzo e proseguirà sno al 6 giugno, a cura di Gabriella Belli e Cristiana Collu, la mostra “Capolavori del ‘900 italiano. Dall’avanguardia futurista al ritorno all’ordine” che rinnova una felice collaborazione tra il MAN di Nuoro e il MART di Trento e Rovereto e propone, negli spazi esposituvi della città sarda, uno straordinario excursus dall’avanguardia futurista al ritorno all’ordine con oltre sessanta opere di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Arturo Martini, Giorgio Morandi, Medardo Rosso, Gino Severini, Alberto Savinio, Mario Sironi, provenienti dalle collezione del prestigioso museo italiano che come il MAN in pochi anni si è trasformato in un punto di riferimento imprescindibile nel panorama della ricerca sull’arte moderna e contemporanea. “Capolavori del ‘900 italiano. Dall’avanguardia futurista al ritorno all’ordine” vuole essere l’occasione di approfondire la conoscenza del lavoro di ricerca e di sperimentazione di alcuni dei principali Maestri italiani del primo ‘900, a dimostrazione di quanto straordinario fu il contributo che essi seppero dare allo svecchiamento della cultura artistica italiana e soprattutto al suo posizionamento nell’ambito delle avanguardie internazionali. Progettata come un percorso di stanze monografiche, l’esposizione si concentra sui primi trenta anni del Novecento, anni, com’è ben noto, di forte rinnovamento in campo artistico, economico e sociale. Aprono il percorso espositivo della mostra, tre straordinarie sculture in cera di Medardo Rosso, messe in stretto dialogo con alcuni preziosi dipinti divisionisti di Boccioni, Balla e Severini, che proprio al movimento scientifico del tardo ottocento, devono le loro prime esperienze pittoriche. Nelle sale dedicate a Carlo Carrà, Gino Severini e Giacomo Balla, si possono ammirare una serie di opere, vere e proprie icone della loro produzione, a partire dalla precoce sperimentazione futurista, fino al ritorno al classico, che caratterizza, ad eccezione di Balla, il loro lavoro negli anni Venti. Tra i maestri conclamati della pittura italiana di quegli anni c’è Mario Sironi, rappresentato in mostra da alcuni capolavori del 1925 ma anche da una serie di studi preparatori per opere monumentali degli anni Trenta. La figura di Giorgio de Chirico occupa un ruolo centrale a riprova di quanto fondamentale fu il suo contributo alla storia della pittura italiana di quei decenni. Grazie ad alcuni preziosi dipinti è possibile approfondire la conoscenza del suo lavoro, ispirato alla sapienza degli antichi Maestri e alla mitologia greca. Fa da corollario all’esperienza di de Chirico, quella più orientata in senso surreale del fratello Alberto Savinio, anch’egli autore di magnifiche tele a tema mitologico, opere di grande efficacia narrativa. L’opera di Giorgio Morandi chiude l’esposizione, accompagnata dal catalogo Silvana Editoriale, con alcune magistrali nature morte e due paesaggi, tutti dipinti che appartengono a quella pittura del silenzio, che negli anni della dittatura oppose la sua apparente semplicità narrativa al clamore della retorica fascista. In contemporanea alla mostra sui capolavori della pittura italiana provenienti dal Mart si svolgono, in successione, nelle sale al piano terra e al primo piano del museo le personali di due delle presenze più autorevoli del panorama della ricerca italiana delle ultime generazioni: Emanuele Becheri (5 marzo - 11 aprile 2010) e Luca Rento (23 aprile- 6 giugno 2010). La prima, a cura di Saretto Cincinelli, presenta opere recenti e inedite di Emanuele Becheri (Vaino, Prato,1973), artista da sempre coinvolto in una ricerca sulle origini del disegno. La seconda, a cura di Elena Volpato e Saretto Cincinelli, sarà incentrata su opere video e videoinstallazioni anch’esse recenti e in parte inedite di Luca Rento (Feltre, 1965). (aise)(muvi.org)

admin @ 8:34 am
Categoria: Mostre and Musei
Digital Life

Data di pubblicazione: Thursday 18 March 2010

ROMA - Prende avvio la programmazione de “La pelanda”, il nuovo spazio pubblico per l’arte e la produzione culturale contemporanea restaurato per la città di Roma nell’area del Mattatoio a Testaccio: dal 3 marzo scorso e sino al 3 maggio è aperta al pubblico “Digital Life”, mostra dedicata alle nuove tecnologie abbinate all’arte e alle espressioni artistiche. Installazioni che danno vita a un percorso inedito con proiezioni e realizzazioni video che coinvolgono in maniera differente il pubblico. Nata da un’ iniziativa della Camera di Commercio di Roma e promossa dall’assessorato alle Politiche culturali e della Comunicazione, dalla sovraintendenza ai Beni culturali del comune di Roma e dal Macro, la rassegna “Digital Life” è a cura della fondazione Romaeuropa, mentre la direzione artistica è affidata a Richard Castelli, che ha selezionato per l’evento espositivo alcuni fra gli artisti più innovativi del panorama mondiale contemporaneo: Ryuichi Sakamoto, Shiro Takatani, Jeffrey Shaw, Ulf Langheinrich, Jean Michel Bruyére, Erwin Redl, Thomas McIntosh, Emmanuel Madan, Martux-m, Mikko Hynninen, Julien Maire e Christian Partos. Le opere in mostra sono tutte presentate per la prima volta in Italia, se non in anteprima europea o mondiale, o concepite specificatamente per lo spazio de “La pelanda”. Obiettivo dell’esposizione è spostare l’attenzione sui nuovi confini verso cui si spinge la contemporaneità, dove tecnologia, interdisciplinarietà, polisensorialità si intersecano dando origine a nuovi modi di fruizione dell’ arte. Tra le tecniche usate l’audiovideo in 3D e l’innovativo sistema di proiezione e sonorizzazione AVIE, un ambiente di visualizzazione interattivo a 360 gradi sviluppato dall’artista Jeffrey Shaw, in grado di “immergere” il pubblico nell’esperienza stessa, grazie a un sistema di cineprese a infrarossi. Anche “Life-fii”, l’installazione digitale di Ryuichi Sakamoto e Shiro Takatani, sfrutta la nuova tecnologia: nove acquari rettangolari di cristallo, pieni d’ acqua e foschia, sono sospesi a mezz’aria, mentre proiettori al soffitto li attraversano con proiezioni visionarie ed eccentriche che cambiano, grazie a sensori ipersensibili, in base alla persona che vi passa sotto, in modo che ognuno abbia il suo personale spettacolo. La rassegna é corredata da catalogo multimediale realizzato da SPQR network con testi firmati dagli artisti, consultabile su http://romaeuropa.net/digitallife. (aise)(muvi.org)

admin @ 7:27 am
Categoria: Mostre and Musei
Il Beat di Ferlinghetti

Data di pubblicazione: Wednesday 17 March 2010

ROMA - Un anticipo di primavera, a Roma. Il sole fa capolino, incerto ma irruente quanto basta per accendere il desiderio della bella stagione. La luce a Roma, quando si apre, è uno spettacolo. Per un po’ ci si dimentica della troppa pioggia, del buio, del grigiore e di tutto il freddo che arriverà di nuovo. La luce è l’essenza dell’opera di Lawrence Ferlinghetti. Chi conosce le poesie del più importante autore vivente della Beat Generation lo sa. E sa anche che a Ferlinghetti il nome “Beat” non piace. Ha sempre preferito “San Francisco Reinassence” come termine per individuare quel movimento artistico americano all’interno del quale, insieme ad autori come Kerouac, Allen, Ginsberg, Ferlinghetti si è mosso segnando con il suo lavoro di poeta, editore, critico, commediografo, performer e disegnando come pittore strade espressive all’insegna della libertà e dell’anticonformismo più radicale. Nato in America e figlio di un padre italiano mai conosciuto e di una madre portoghese, Lawrence Ferlinghetti, nato nel 1919, ben presto ha cercato in Europa le sue origini. Ha iniziato da Parigi, città densa di stimoli culturali, ma ha anche soggiornato spesso in Italia. A Parigi ha iniziato a scrivere poesie. Ma anche a dipingere. Pare che un suo compagno con cui divideva l’appartamento avesse lasciato in casa i pennelli e le tele. Ed è da questo incontro fortuito con gli strumenti del mestiere di pittore che Ferlinghetti ha iniziato ad appassionarsi ai colori. Al Museo di Roma in Trastevere, dal 26 febbraio al 25 aprile è possibile osservare le oltre cinquanta opere esposte, provenienti dallo studio di Lawrence Ferlinghetti a San Francisco, prima che si spostino al Foyer del Teatro “Francesco Cilea” dove saranno allestite dal 5 maggio al primo luglio. La mostra è frutto della collaborazione tra il Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione - Sovraintendenza ai Beni Culturali e il Comune di Reggio Calabria, con il patrocinio dell’Ambasciata Americana e della Provincia di Roma e con il sostegno dell’Accademia Americana a Roma. Nata da un’idea dell’Associazione “Angoli Corsari” di Reggio Calabria, la mostra è curata da Giada Diano, Elettra Carella Pignatelli e Elisa Polimeni. L’organizzazione è di Zètema Progetto Cultura e dell’Associazione Angoli Corsari, mentre il bel catalogo è di Silvana Editoriale. Il percorso espositivo è cronologico. Parte dagli anni ‘50 con il primo piccolo quadro esposto da Ferlinghetti, “Deux”, di chiara ispirazione surrealista. Sono due figure speculari, in bicromia, il segno è tutto. La linea tracciata raffigura due volti bendati, dalle fattezze classiche ma stilizzate. Hanno le bocche chiuse, serrati gli occhi. Non c’è parola dunque, ma solo uno sguardo che si apre forse all’interno, in una negazione della realtà circostante per poter ritrovare una realtà interiore. Ed è questo il lavoro che pare compiere Ferlinghetti nell’impeto creativo che si dipana sia nei versi sia nelle tele: una ricerca di una dimensione interiore che non solo critica la società circostante ma se ne separa, in un gesto salvifico che lo porta a costruire una propria dimensione autonoma e libera. Anche nella vita farà lo stesso. Fonderà una casa editrice, la City Lights, la prima a pubblicare paperback e poi divenuta mito editoriale, pubblicherà i testi di Ginsberg e dei poeti e scrittori che “sulla strada” si incammineranno in una ricerca di salvezza e di rifiuto di una società avviata inesorabilmente allo sbando di valori e mercificata, sarà riconosciuto come grande esponente della Beat Generation, fino a rimanere l’unico ancora vivente e ancora operoso. Il furore presente nei quadri è lo stesso che si trova nei testi. Ma, se all’inizio la fascinazione del mezzo espressivo pittorico sembra rapire completamente Ferlinghetti, il pittore-poeta in seguito non userà i quadri per rappresentare ciò che è impossibile dire a parole, ma renderà le tele spazi ampi in cui le parole emergono, vengono rese materiche dal colore e spiegano. Ricorrenti i richiami ai sessi, sia femminili sia maschili: accentuati, ostentati da gesti talmente estremi da ricondurli in un pericolo di castrazione. I richiami ai grandi artisti sono espliciti: la Colazione sull’erba di Manet nel quadro “After-image” (1990) è reinterpretata da Ferlinghetti in un’autostrada, sulla Route 66; un cartello ammonisce “Go back, wrong way”: l’Europa americanizzata è un errore direzionale. Picasso poi è protagonista di due opere: in “Pablo” (1992) il grande pittore è raffigurato su uno sfondo giallo oro dove i fantasmi della sua “Guernica” nascono dalle sue mani disegnate in primo piano e in “Picasso Jeune” (2007), dove Picasso ha fattezze giovanili e cupe, su uno sfondo blu che ne ricorda il celebre periodo pittorico. I rimandi letterari sono altrettanto vivi, come la piccola pregiata tela “Godot” (2008), che è una profonda interpretazione quasi beffarda dello spirito dello scrittore e “The Golden Bird of Memory Attends Proust on His Deathbed” (2008) nel cui titolo è contenuto il senso del quadro. Le opere più recenti, del 2009, sono quelle più sorprendenti poiché è vivissimo il senso di ricerca sia pittorica sia esistenziale. I colori si accendono di un grande calore, si avvicinano al sole, le figure si dissolvono senza contorni e appaiono avvolte da loro stesse in spirali in attesa di una liberazione. La spontaneità e il gusto della performance, l’uso libero del colore rendono l’osservazione delle opere di Ferlinghetti una festa inedita. La critica sociale, l’impegno politico, la rilettura dei maestri dell’arte, lo stato catastrofico di un mondo alla deriva sono tutti temi presenti ma rielaborati attorno alla luce, che è la speranza salvifica esplicitata attraverso i sensi, la sensualità certo, ma anche la vitalità intrinseca nel gesto della creazione. La creazione artistica diventa dunque una vittoria, che si libra in un grande cielo: la Nike di Samotracia ridipinta dall’artista in “Winged Victory” (1992) respira, getta il seno al vento, ruota musicalmente e restituisce allo spettatore una possibilità: la vittoria della natura, dell’arte, della libertà, della luce su un’oscurità violenta e velocissima, alla quale Ferlinghetti contrappone un gesto ancora più veloce e testardo: quello della comprensione che la dolcezza, la tenerezza e la forza dell’amore sono sempre presenti in un flusso eterno che prende il nome di emozione. Un’emozione apparentemente facile ma intrisa di rimandi, di citazioni, di improvvisazioni che, come il più sfrenato e raffinato jazz, ha molto da dire. (giorgia catapano/aise)(muvi.org)

admin @ 8:33 am
Categoria: Mostre and Musei
A little painting

Data di pubblicazione: Wednesday 17 March 2010

ROMA - È stata inaugurata giovedì scorso, 11 marzo, “A little painting”, la prima personale a Roma dell’artista americano Lucas Reiner, che sarà allestita sino al 24 aprile presso la Galleria Traghetto. Da anni ormai Reiner ha fatto degli alberi delle grandi città il soggetto del suo lavoro artistico. Inizialmente affascinato dalla tenacia degli alberi di Los Angeles, sua città natale, nel sopravvivere nonostante l’inquinamento, il traffico e i pesanti interventi edilizi, Reiner ha poi ampliato il proprio sguardo anche agli alberi di tante altre città del mondo, scoprendo lui stesso e mostrando poi a noi, una prospettiva inedita e densamente poetica da cui guardarli e ammirarli. Le tele dell’artista americano non sono paesaggi nel senso tradizionale del termine, ma ritratti realizzati con amore. L’artista rimuove completamente il contesto e l’ambiente circostante, invitando lo spettatore a concentrarsi unicamente sulle forme insolite che gli alberi hanno assunto pur di resistere e continuare a vivere. In questo modo, querce e betulle verdi dalle chiome recise e con i rami tagliati vengono assunte a metafora della straordinaria tenacia della natura nella lotta alla sopravvivenza. Lucas Reiner (1960) è nato a Los Angeles dove vive e lavora, ma si è formato fra Parigi, alla Parsons School of Design, Los Angeles, all’Otis Art Institut, e New York, alla Parsons School of Design e New School for Social Research. Ultimamente ha esposto presso la Galleria Biedermann di Monaco di Baviera, la Kips Gallery di New York, la Pocket Utopia di Brooklyn, la Carl Berg Gallery di Los Angeles, la Gian Ferrari Arte Contemporanea di Milano e la Tricia Collins Contemporary Art di New York. (aise)(muvi.org)

admin @ 7:26 am
Categoria: Mostre and Varie
Il recupero della Rocca di Tentennano

Data di pubblicazione: Wednesday 17 March 2010

SIENA - Al via un importante progetto di riqualificazione funzionale e di recupero della Rocca di Tentennano, l’imponente fortezza poco lontano da Castiglione d’Orcia che, sin dalla sua costruzione voluta dai Conti Tignosi nel secolo XIII come presidio sulla sottostante via Francigena, ebbe un’importante funzione strategica per il controllo del territorio meridionale dell’antico stato senese.   L’intervento, reso possibile grazie alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, e coordinato dalla Fondazione Musei Senesi, interesserà alcuni elementi interni alla Rocca, inseriti nell’ultima fase del restauro eseguito sul monumento tra il 1975 e il 1988. L’esigenza nasce per migliorare ed adeguare le strutture metalliche dei percorsi e dei serramenti, e per attenuare l’impatto che questi elementi funzionali determinano sulla fortezza, una delle più note e spettacolari della Val d’Orcia, area che è patrimonio dell’umanità UNESCO.   Per migliorarne la fruibilità quale luogo di esposizione, il restauro riguarderà prevalentemente gli spazi del cortile ed i due livelli interni del mastio: verrà rimossa l’attuale scala esterna di accesso al sito e sostituita da un nuovo manufatto riposizionato nel luogo originario, sempre con impiego di strutture in metallo lievemente distaccate dalle strutture murarie, ma con ridisegno minimale degli elementi, in particolare dei parapetti. La nuova soluzione per la scala di accesso consentirà di utilizzare gli spalti come parte del camminamento d’ingresso, come probabilmente doveva avvenire storicamente, riducendo notevolmente l’impatto delle nuove sovrastrutture. Il restauro prevede, oltre che la sostituzione degli attuali infissi e il ripristino dei camminamenti sospesi interni, anche l’installazione di un nuovo sistema di illuminazione che esalterà ancora di più le caratteristiche di un monumento simbolo delle Terre di Siena.   L’importanza storica della Rocca di Tentennano, dove soggiornò anche santa Caterina da Siena, è straordinaria per le vicende della storia senese. Oggi Castiglione d’Orcia, il borgo raccolto attorno all’antica fortezza che conserva l’assetto urbanistico medievale, vanta un’altro straordinario gioiello, parte anch’esso della Fondazione Musei Senesi. Si tratta della Sala d’Arte San Giovanni che si trova nell’antica sede dell’omonima confraternita e conserva, come un piccolo prezioso scrigno, i dipinti eseguiti per Castiglione e Rocca d’Orcia da alcuni dei maggiori esponenti della scuola senese dei secoli XIV e XV: Simone Martini, Vecchietta e Giovanni di Paolo. A questi si affiancano numerosi arredi liturgici provenienti da chiese e confraternite della zona. (muvi.org)

admin @ 3:34 am
Categoria: Musei and Varie
Due mostre in Santa Giulia

Data di pubblicazione: Tuesday 16 March 2010

BRESCIA - Tra archeologia e arte contemporanea, il Museo di Santa Giulia a Brescia raddoppia l’offerta per i propri visitatori. Oltre alla mostra “Inca. Origine e misteri delle civiltà dell’oro”, in programma sino al 27 giugno, per due settimane, dal 5 al 18 marzo, ospita nella chiesa di San Salvatore un’installazione dell’artista belga Jan Fabre (Anversa, 1958). L’opera, “Croci nel silenzio della tempesta, insetti nella tempesta del silenzio”, è un grande telero in seta (9×16 metri), realizzato nel 1992, completamente tratteggiato a penna a sfera Bic, dal quale emerge, per contrasto, il disegno di una croce che riprende quello delle croci longobarde. Jan Fabre è uno degli artisti più significativi in Belgio e sulla scena internazionale, dalla fine degli anni ‘70 si esprime con una vasta gamma di linguaggi che spaziano dalle arti plastiche ai film, dal teatro alla coreografia alla danza, dal disegno alla scultura. Fabre riesce a passare con agilità da una disciplina all’altra discostandosi dall’archetipo dello “specialista” ormai così tipico nella nostra cultura e ad ottenere, in ciascuna di esse, una tensione sempre alta, indice di qualità e forza teorica e formale del suo percorso artistico. Così egli passa dall’essere disegnatore a creatore di immagini, performer, attore, regista, scenografo ed infine, quindi, artista nel senso più ampio e ancestrale del termine. La biro blu è il primo mezzo con il quale Fabre fa il suo ingresso nel settore della pittura. “Ho disegnato molto con la biro perché costava poco, così, adoperandola continuamente, ho scoperto le qualità chimiche del suo inchiostro”, spiega l’artista. Con il tempo i disegni sono cresciuti in scala, fino a raggiungere dimensioni monumentali: nel 1990, ricopre un intero castello nei pressi di Anversa. In questi lavori, che lo hanno reso famoso al grande pubblico, Fabre ha unito l’amore per il disegno all’altra grande passione che ha ispirato la sua ricerca artistica: lo studio degli insetti, che racconta di avere ereditato dal bisnonno, il famoso entomologo Jean-Henri Fabre. Le opere di “bic-art” sono infatti ispirate alla “Ora Blu”, concetto usato dal bisnonno per definire il momento di passaggio tra la notte e il giorno, quando gli insetti notturni vanno a dormire e si risvegliano quelli diurni. L’interesse di Fabre per gli insetti è testimoniato anche dall’uso ricorrente, nella sua opera, degli scarabei. La passione per questo animale, sfociata in una vera e propria beetle-mania, ha la sua celebrazione più grandiosa nell’opera realizzata per il Palazzo Reale di Bruxelles, il cui soffitto è stato ricoperto da Fabre con milioni di scarabei. Nel grande telo in seta esposto in San Salvatore la variazione di intensità di tratteggio fa emergere sul fondo blu i simboli ricorrenti di questo artista: le croci e gli scarabei. L’esposizione si pone come ideale conclusione dell’iniziativa CapoLavori in corso, promossa dall’assessorato alla Cultura/Musei d’Arte e Storia del Comune di Brescia e realizzata in collaborazione con Fondazione Brescia Musei, che si è tenuta lo scorso anno nelle sale della Pinacoteca Tosio Martinengo, durante la quale, i capolavori di Raffaello, Foppa, Savoldo, Moretto, Ceruti, patrimonio del museo bresciano, si confrontavano con quelli di artisti contemporanei quali Lucio Fontana, Maurizio Cattelan, Alberto Burri, Luigi Ontani, Alighiero Boetti, Anish Kapoor e altri. Durante l’inaugurazione è stato presentato il volume “CapoLavori in corso” (ediz. SHINproduction) che raccoglie le immagini e il ricordo di quell’esperienza. (aise)(muvi.org)

admin @ 8:30 am
Categoria: Mostre and Musei
Sillabari, sussidiari e televisione

Data di pubblicazione: Tuesday 16 March 2010

FIRENZE - Sillabari, sussidiari e manuali su cui gli italiani impararono a leggere e scrivere nel dopoguerra. Ma anche estratti della televisione “buona maestra”, come il celebre programma del maestro Alberto Manzi “Non è mai troppo tardi”, che contribuì ad affrontare efficacemente l’analfabetismo in quegli anni. Sono i protagonisti cartacei e non della mostra dal titolo “Imparare a leggere e scrivere nell’Italia del dopoguerra: sillabari, sussidiari e televisione”, organizzata dal Centro Alberto Manzi della Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con la Biblioteca Marucelliana e il Lions Club Firenze, inaugurata sabato scorso, 6 marzo, nei locali della Biblioteca Marucelliana di Firenze, dove sarà allestita fino al 30 aprile. Una delle priorità della giovane Repubblica Italiana fu quella di affrontare il problema del secolare analfabetismo, sopratutto nelle zone rurali e nel meridione con la scuola dell´obbligo, ma anche con le scuole popolari e con Telescuola: nel giro di venti anni, anche grazie ai programmi televisivi, fu possibile dimezzare il numero degli analfabeti in Italia, che passarono dal 12,90% del 1951 al 5,22% del 1971. I libri di testo di quell’epoca di rapido sviluppo economico, proponevano un progetto di società costituita da cittadini istruiti, laboriosi, solidali ed educati, rispettosi della patria. La televisione “buona maestra” con il programma “Non è mai troppo tardi”, condotto dal Maestro Alberto Manzi, contribuì alla costruzione di quella nuova società, permettendo di far conseguire dal 1960 al 1968 più di un milione di diplomi di scuola elementare. La mostra presenta agli studenti di ieri e di oggi i sillabari, i sussidiari, i libri di lettura e il programma televisivo grazie a cui gli italiani nel dopoguerra impararono a leggere e a scrivere: pagine scelte da libri talvolta anche riccamente illustrate da artisti di fama ed estratti dal programma “Non è mai troppo tardi” con approfondimenti sulla vita del Maestro Manzi e la sua attività di studioso e pedagogo. La mostra, organizzata in due sezioni, ne dedica una ai sillabari e sussidiari per la scuola elementare del dopoguerra e un’altra ai programmi televisivi rivolti agli adulti analfabeti. Esposte anche alcune rarità dell’editoria scolastica del periodo, conservate alla Biblioteca Marucelliana: testi per la scuola popolare, diari scolastici, sillabari per i bambini delle colonie italiane in Africa, sussidiari per le regioni autonome d’Italia. L’esposizione “Imparare a leggere e scrivere nell’Italia del dopoguerra: sillabari, sussidiari e televisione” ha ricevuto il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia e del Comune di Firenze, dell’Ufficio Scolastico Regionale della Toscana. Dal 1954 anche l’efficacia comunicativa della televisione scende in campo contro l’analfabetismo. La Rai prima con la trasmissione “Telescuola” e poi, dal 1960 al 1968, con il celebre programma “Non è mai troppo tardi”, condotto dal Maestro Alberto Manzi, tramite i centri di ascolto, permette ad un milione e mezzo di allievi di sostenere l’esame e conseguire la licenza elementare. Nel 50° anniversario della trasmissione a cui ha legato il suo nome (”Non è mai troppo tardi”), vengono presentate la vita del Maestro e le sue opere televisive e letterarie. In un’aula ricostruita come un centro di ascolto si possono vedere estratti dalla nota trasmissione televisiva, un’intervista al maestro Alberto Manzi, una raccolta di documenti e testi originali, tutto messo a disposizione dal Centro Alberto Manzi. Nei sillabari, sussidiari, libri di lettura nel periodo compreso fra il 1945 al 1962, presenti negli archivi della Biblioteca Marucelliana di Firenze, è evidente come la scuola riforma e riscrive i suoi libri di testo dopo la parentesi del ventennio fascista, ispirandoli a valori ed a principi nuovi. I vari testi per l’insegnamento elementare sono esposti con particolare attenzione alle pagine più belle, curiose e significative come contenuti didattici e veste grafica. La sezione espone la progressiva qualità dei testi, che da un iniziale povertà dopo la guerra, migliora rapidamente anche per la collaborazione di illustratori di fama. La mostra evidenzia tramite i contenuti di sillabari, sussidiari e letture per la scuola elementare del tempo, il rapido mutamento dei valori da insegnare al bambino e quindi l’evoluzione del modello di società secondo le chiavi di lettura della patria, il lavoro, la famiglia, il mondo che cambia, la scuola, il progresso, l’educazione civile e morale, l’educazione fisica e stradale, la didattica. (aise)(muvi.org)

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Categoria: Mostre and Musei